• Facebook
  • Twitter
  • YouTube
  • Instagram

© 2020 golfmag.it Tutti i diritti riservati

Disastro McIlroy



Al Royal Portrush il disastro è sempre dietro l’angolo. Pochi score in questo primo giro dell’Open Championship ne sono esenti, buche da dimenticare che pesano parecchio in vista del taglio di metà gara. Del resto è la dura legge dei links, quei tratti incolti della costa atlantica dove il golf ha avuto origine, dove la palla corre veloce in balia di giganti dune coperte di verde, dove il vento e gli scrosci di pioggia (non si contano quelli di oggi) fanno parte del gioco e lo complicano. I margini di errore sono minimi. Uno per tutti il disastro di Rory McIlroy, l’idolo della folla irlandese che qui giocava da bambino (suo il record del campo segnato a 16 anni, un 61 ancora imbattuto): una prima buca da incubo ha travolto aspettative e dichiarazioni della vigilia, quando andava ripetendo che in fondo, tribune e pubblico a parte, è il percorso di sempre, giocato cosi tante volte da sapere bene da che parte sbagliare e dove è proibito farlo. Invece ha sparato in out il primo colpo, e un terzo al green ancora a sinistra, nell’erba alta. Otto colpi pesanti quanto la pressione che lo ha travolto e relegato nelle ultime posizioni, +8 sul par. Se l’incubo peggiore lo ha vissuto l’americano David Duval, che l’Open lo aveva vinto nel 2001, con i suoi 14 colpi alla buca 7 (quattro palle perse e pure due colpi di penalità), anche Tiger ha dovuto pagare l’imprecisione con impossibili colpi dall’erba alta chiudendo in 77 colpi (+7).